Gli italiani e il fascismo

I conti con il fascismo noi italiani non li abbiamo mai fatti del tutto.

Tant’è che sta raccogliendo consensi una forza politica che, nelle parole e nei programmi, richiama in pieno quello che è stato il nazifascismo del Novecento: il richiamo alla “tradizione romana e cristiana”, l’utilizzo di termini come “ardore, virtù e sacrificio”, la scelta “per che cosa vivere e morire”, l’invocazione della “Destra divina che è dentro di noi” … Insomma, Mussolini e Hitler usavano le stesse parole e lo stesso metodo della suggestione linguistica utilizzati, oggi, nel programma di Futuro Nazionale di Vannacci: e credo che ogni individuo che abbia capito il Novecento non possa non rabbrividire e provare paura nel leggerne il programma.

Ma tant’è: nei sondaggi sembrerebbe che Futuro Nazionale vada piuttosto bene.

E questo è un versante della questione dei cosiddetti conti con il fascismo che noi italiani non abbiamo in realtà mai fatto.

Perché in realtà, ahinoi, non possiamo fermarci qui.

Perché quello che esprime il movimento di Vannacci è un fascismo non mascherato, anzi rivendicato.

C’è però un altro fascismo: o meglio sarebbe dire, un’altra manifestazione dell’ontologia fascista, che si annida, subdolamente, dietro parole libertarie (Pier Paolo Pasolini ha ancora molto da insegnarci).

È questo il fascismo di chi, in occasione di un evento musicale in onore di Fabrizio De Andrè, ha attaccato la persona di Matteo Salvini, ivi presente, in nome di una asserita indegna sua presenza all’evento stesso: si è trattato a tutti gli effetti di un’aggressione ontologicamente fascista, perché attaccare la persona, l’individuo, è tipico del metodo fascista.

Stabilire, dogmaticamente, patenti di indegnità, negando all’altro il diritto, in quanto persona, di riconoscersi in un’espressione artistica, è fascista.

Ed è sempre questo il fascismo di chi utilizza le parole e i simboli della Resistenza Partigiana per stabilire, dall’alto, in modo dogmatico, patenti di antifascismo: attraverso la negazione del confronto critico, si attacca l’altro accusandolo, a priori, di essere fascista per il solo fatto di pensarla in modo diverso su tutta una serie di questioni (soprattutto sui temi che riguardano la famiglia, la procreazione e l’educazione dei figli).

Ed è ancora fascismo quello di chi, solo pochi anni orsono, ha fatto del green pass e della c.d. campagna vaccinale uno strumento di vera e propria pretesa alla negazione della dignità e della libertà individuali, attraverso la creazione di categorie dogmatiche come quella dei c.d. no-vax per annullare, come individui, tutti coloro che si è deciso, dogmaticamente, di racchiudere nello stigma.

E questo fascismo lo ritroviamo in forze politiche che, a parole, si autoproclamano antifasciste.

Sono le stesse forze politiche che, l’altro ieri, si sono astenute alla Camera in occasione del voto per istituire la Giornata Nazionale in memoria di Enzo Tortora e di tutte le vittime degli errori giudiziari.

Che antifascismo sarebbe mai quello che rifiuta il confronto con il Potere e che ha perso il coraggio di denunciarne le storture?

Che antifascismo è mai quello che è oramai privo di spirito critico?

Non è antifascismo quello che fa di se stesso una bandiera per annullare l’altro e per negarsi al confronto.

Non è antifascismo quello che rivendica la propria servitù al Potere.

Massimo D’Azeglio disse che, fatta l’Italia, bisognava fare gli italiani: lui il fascismo, come lo abbiamo conosciuto noi, non lo aveva ancora visto, però credo che la storia della nostra Nazione si giochi ancora lí, su quella che forse potremmo definire come una sfida non ancora vinta, vale a dire quella di fare gli italiani.

E il punto è che, dopo il fascismo, non si può pensare di fare gli italiani senza che possa acquisirsi la consapevolezza collettiva del senso e del valore dell’antifascismo, della sua speranza di libertà e riscatto, del suo avere messo al centro l’individuo: prima di tutto l’individuo.

L’individuo prima dello Stato, prima della Scienza, prima della Religione.

L’individuo prima del Potere.

L’individuo prima di tutto.

Non so se questa sfida così importante potremo mai vincerla, in una società, come la nostra, in cui si sono imprigionate le giovani generazioni nell’inquietante dramma della vita virtuale, dell’alienazione individuale e sociale, della perdita del senso di appartenenza ad un ciclo, quello umano, in cui la crescita e le relazioni si radicano e costruiscono attraverso valori come il sacrificio dello studio e del lavoro, la condivisione, il rispetto verso l’altro, l’amore e il dolore.

Perché per costruire una politica e uno Stato liberi e democratici occorrono individui che, come collettività, possano riconoscersi come parte di una società in cui tutti quegli importanti valori ne rappresentino la colonna portante.

Non ci può essere democrazia senza il senso della Libertà e della Dignità umane.

E la strada è ancora tutta in salita.

© Avvocato Silvia Cignoli

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