La violenza delle parole

Nella vicenda della professoressa accoltellata a scuola da uno studente, o meglio nella rappresentazione mediatica che ci viene fornita della vicenda (da come l’episodio ci viene descritto dai media insomma), c’è qualcosa di oscuro.

Da una parte il concetto di perdono così come utilizzato e contestualizzato.
Di fronte ad un episodio di questo tipo (non il primo), il punto non sta nel perdono: concetto estremamente elevato, di matrice cristiana e di enorme valore umano.
Ma qui il punto non è il perdono che, così strumentalizzato, ne esce mortificato nel suo valore e nella sua sostanza per divenire mero volgare slogan.
Qui il punto è che, di fronte a simili episodi, si tratta di capire che generazione stiamo crescendo.
Il fatto che uno studente arrivi ad accoltellare un’insegnante a causa, sembrerebbe di capire, del proprio rendimento scolastico, è qualcosa di enormemente grave ed inquietante: qualcosa su cui occorre una seria riflessione per capire come intervenire di fronte a questi episodi.
E la seria riflessione dovrebbe avvenire su un piano di obiettività, fuori dagli slogan di partito, fuori dalle strumentalizzazioni.

L’altro aspetto, non meno inquietante, riguarda il discorso remigrazione: e già il solo fatto che questa orrenda parola sia entrata così, di botto, nel linguaggio comune, è di per sé tremendo.
Ma altrettanto inquietante è il senso di direzione del discorso.
Sarebbe stato un ragazzino originario del Congo a disarmare il proprio compagno.
E allora la domanda che viene posta alla professoressa, a quanto pare favorevole alla remigrazione, sarebbe questa: “cara professoressa, sei stata salvata da un ragazzino originario del Congo, come puoi essere ancora favorevole alla remigrazione”?
Ma allora cosa dovremmo ricavarne: che un bambino originario del Congo, per dimostrare di valere, debba essere un eroe? Che, a monte, un bambino originario del Congo debba dimostrare di valere qualcosa (in aggiunta alla propria dignità di essere umano) per meritare di sfuggire alla ventilata remigrazione?

In questa oscura vicenda (per come, ripeto, ci è stata rappresentata dai media), ci sono slogan e strumentalizzazioni.
Niente di nuovo, per carità.
Però occorre fermarsi un attimo a riflettere sul fatto che le parole e i concetti sono importanti e fondamentali.
E fondamentale è acquisire la consapevolezza che si è diffusamente perso il controllo sulla direzione in cui stiamo andando.
La violenza, materiale e verbale, che caratterizza così segnatamente la nostra società, che entra nelle scuole, che diviene regola dell’agire nel modo più terribilmente banale e che entra così ferocemente nel discorso pubblico, arrivando a colpire anche i bambini e la loro dignità, è un fenomeno che non può essere affrontato così superficialmente.

Deve essere affrontato, ma non così.

© Avvocato Silvia Cignoli

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