Un uomo rapisce e carica nel bagagliaio della propria auto una donna.
Percorre un pezzo di autostrada e poi la getta dal cavalcavia.
La lancia giù, come un oggetto, come un rifiuto.
Se fosse un film dell’orrore proveremmo paura e angoscia di fronte alla sequenza, terribile, delle scene sullo schermo.
Ma non siamo al cinema o davanti alla TV.
Siamo nella realtà.
E in questa realtà un uomo, dopo aver rapito e caricato nel bagagliaio della propria auto una donna, l’ha lanciata dal cavalcavia.
E si è poi suicidato.
Che cosa rappresentava quella giovane donna per quell’uomo?
Quella donna, per quell’uomo, non era una persona, un individuo, un soggetto altro rispetto a sé all’interno di una relazione.
Ogni relazione, per potersi dire tale, vede un incontro tra soggetti le cui individualità vengono reciprocamente percepite come tali.
In una relazione l’altro è una persona, con cui incontrarsi, con cui mettersi in gioco.
Una persona da ascoltare, da guardare negli occhi, da cui ricevere in dono la meraviglia di tutto ciò che, in ogni relazione, l’altro ci può trasmettere.
Una persona dotata di un proprio Io, di una propria volontà, di un proprio diritto di scegliere.
L’affetto, l’amore, la passione, in una relazione umana, non si pretendono: perché a renderli tali, nel loro senso più alto e sacrale, è la libertà.
L’amore vero è libero.
Cosa rappresentava quella donna, per quell’uomo, gettata dal cavalcavia, lanciata giù così, come si lancia una cosa senz’anima?
Non una persona percepita come “altra”, ma piuttosto una proiezione di sé materializzata, il riflesso di uno specchio che rimanda indietro un’immagine che non risponde ad un’aspettativa.
Forse non si tratta solo di possesso, di ossessione per il controllo dell’altro e della vita dell’altro.
Siamo di fronte, credo, ad una inquietante snaturazione del rapporto umano: nella patologica convinzione che l’altro possa esistere se e solo se in grado di rispecchiare l’aspettativa di un Io assoluto e totalizzante.
L’altro come mero riflesso del proprio Io.
Un Io che arriva ad assorbire l’altro, in un meccanismo perverso di distruzione ed autodistruzione.
È questo il frutto, tremendo, innaturale, di un edonismo individualistico che ha preso il sopravvento nella nostra società e che ha portato all’assolutizzazione dell’Io narcisistico in un vortice in cui l’alterità viene negata, distrutta.
Un vortice in cui una giovane donna può venire lanciata giù da un cavalcavia, nel vuoto, insieme ai propri sogni, alle proprie speranze, al proprio futuro.
Si tratta di un fenomeno, prima ancora che culturale, di natura esistenziale.
Un fenomeno che ha oramai assunto una portata inquietante e drammatica.
L’interrogativo che prima di ogni altro dovremmo porci ed assumere con consapevolezza è allora
Quale umanità?
© Avvocato Silvia Cignoli