La società in frantumi tra le vetrine del centro

Tra le vetrine in frantumi dei negozi assaltati nei giorni scorsi ci sono pesanti danni economici e sacrifici mortificati di chi ogni mattina si alza per andare a lavorare e garantire ad altri il lavoro.
C’è l’incertezza del prossimo futuro: ci sono attività ferme perché i locali sono devastati e la merce depredata; e lavoratori che sperano in pronte soluzioni per avere salvaguardato il proprio stipendio e il proprio lavoro.
Il lavoro: quello di chi, al mattino, in mezzo a mille difficoltà, incertezze e paure si rimbocca le maniche per andare avanti.
Il lavoro di chi deve tutti i giorni pagare le imposte, le bollette, i mezzi pubblici, il carburante, le visite mediche, la spesa al supermercato, la scuola dei propri figli …
Il lavoro di chi tante volte, nonostante il lavoro, non ce la fa: perché anche il lavoro spesso non basta.
Non è retorica: è la vita di milioni di persone.
Quelle stesse persone che si trovavano in centro, l’altro giorno e sono state costrette a fuggire, a ripararsi da qualche parte in preda alla paura.
Quelle stesse persone che, davanti alla tv, nel vedere quelle tremende immagini, hanno avuto paura: ed hanno paura, di poter ritrovarsi domani nel bel mezzo di una cosa del genere.
Una violenza, questa, che distrugge, depreda e genera insicurezza e angoscia.
Una violenza che colpisce lo Stato di Diritto.
Uno Stato di Diritto liberale e democratico può dirsi tale se e solo se il rapporto tra istituzioni e cittadino si sviluppa su un binario in cui partecipazione e sicurezza non si escludono.
In cui la partecipazione diviene senso della comunità e consapevolezza dell’appartenenza ad una società in cui le regole ed il loro rispetto sono un pilastro fondante della libertà e della democrazia.
In cui il “comprendere le ragioni di chi delinque” non può essere un pretesto per non intervenire a ristabilire l’equilibrio sociale distrutto.
Perché ogni società, per potersi dire liberale e democratica, deve fondarsi su un equilibrio: e alla base di questo equilibrio c’è, deve esserci, la presa di coscienza collettiva che responsabilità e sanzione sono strumenti di libertà, per tutti, anche per chi delinque.

“Comprendere il disagio esistenziale” di questi ragazzi giovanissimi, alcuni bambini, che hanno preso d’assalto il centro città, comprendere le cause di una violenza simile è certamente doveroso: per uno Stato di Diritto.
Ma il comprendere non può divenire un pretesto per il non punire: la punizione, secondo quelli che sono i binari di una civiltà liberale, secondo i canoni, dunque, dello Stato di Diritto Liberale e Democratico, è uno strumento fondamentale.
E’ uno strumento di libertà.
E’ uno strumento di presa di coscienza, collettiva, che la violenza, in uno Stato di Diritto, va punita.
Comprendere non significa non intervenire in via preventiva: per evitare che riaccada, per evitare di perdere il controllo di una situazione che, se degenerata, rischia di arrivare a conseguenze ancora più gravi di quelle che purtroppo abbiamo già sotto gli occhi.

Intervenire per prevenire, intervenire per punire.
Un compito enormemente gravoso: in un presente complesso come il nostro; per una classe politica che appare, su più fronti, inadeguata.
Una classe politica, italiana ed europea, che appare incapace di fronteggiare ciò che sta accadendo in diversi contesti europei.
Una classe politica europea che, da anni, ha perso il controllo di una realtà fatta di precarietà e violenza.

Un’Italia, la nostra, in cui ragazzini, bambini sono riusciti a prendere il controllo del centro città per due giorni.
Ragazzini usciti dal nulla virtuale, con i volti coperti, qualcuno, da maschere con il volto di Cristiano Ronaldo, altri di un teschio …
Assaltare e depredare come un gioco.
Genitori chiamati al telefono: “suo figlio è in Questura” …
Genitori in attesa fuori dalla Questura, magari increduli, magari anche loro risvegliati dal loro sonno virtuale.
Perché di fronte a tutto questo, se si vogliono comprendere le ragioni, non si può allora non porsi interrogativi: sulla famiglia, sulla scuola …
Su una società che mi sembra abbia completamente perduto la strada maestra del rispetto delle regole, della consapevolezza che l’adulto, nei confronti di un bambino, nei più diversi contesti, deve essere una guida.
Una società in cui il dogma dello slogan ha preso il sopravvento: in cui il senso della responsabilità e della doverosa separazione dei ruoli tra adulti e bambini è stato surclassato dal dogma di un finta libertà che è in realtà anarchia.
La famiglia è il primo specchio della società.
Non si può parlare di periferie se non si parla di famiglia.
Non si può parlare di scuola se non si parla di famiglia.

E non si può parlare di caro vita se non si prende coscienza, a livello collettivo, che la violenza cui abbiamo assistito nei giorni scorsi è un fenomeno su cui bisogna intervenire.
Perché in una società non ci sono categorie separate le une dalle altre: chi protesta pacificamente e chi mette sotto assedio il centro città; chi non arriva al secondo giorno del mese e chi gestisce un negozio in centro; chi si è trovato coinvolto l’altro giorno e chi ha visto le violenze alla tv.
In una società le quotidianità e le vite si intersecano.
E la violenza colpisce tutti, nessuno escluso.

© Avvocato Silvia Cignoli

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