Quotidianamente ci giunge notizia di uno o più episodi di violenza, in ambito familiare e relazionale in genere, nei confronti di una donna: episodi di violenza brutale, che esprimono un fenomeno, prima ancora che culturale, di tipo esistenziale.
Ma la violenza, nella nostra società, si esprime in diversi binari di direzione.
E non dobbiamo commettere l’errore di pensare che quella che ci viene trasmessa dai media sia l’unica forma di violenza che affligge le relazioni.
Nel nostro oggi, i media lavorano tramite slogan: e lo slogan, in quanto tale, richiede una rappresentazione banalizzata e semplicistica, che a sua volta si regge sul meccanismo delle categorie: donne da una parte, uomini dall’altra.
Ma la realtà è estremamente complessa.
E la violenza, nel nostro oggi, è un fenomeno che si esprime in diversi modi e direzioni, oltre le categorie.
E così, quando ad esempio si “entra” nelle dinamiche della “crisi familiare”, emerge spesso un portato di comportamenti violenti che spesso hanno, come vittime, gli uomini nel loro ruolo di mariti e padri.
Spesso si tratta di una violenza che “non si vede”: non scorre sangue.
Ma è una violenza che c’è, in tutta la sua portata.
Ed è quella violenza che si esprime, ad esempio, attraverso la strumentalizzazione dei figli, dei bambini: e che porta tanti uomini, tanti padri, ad essere vittime di condotte di prevaricazione e, appunto, violenza.
Ci sono ad esempio uomini, padri, che non affrontano il procedimento di separazione, oltre che per un discorso prettamente economico, anche per la paura di perdere il rapporto con i propri figli.
E questa è violenza: non scorre sangue, ma ad uscirne distrutti sono persone, legami ed esistenze.
Si tratta di violenza che colpisce in più direzioni: colpisce l’ex compagno, l’ex marito, di cui ci si vuole “vendicare”.
E colpisce i bambini, strumentalizzati per il loro essere soltanto bambini e nel loro bisogno primario di poter continuare ad avere un rapporto sano con entrambi i propri genitori.
Ma tante altre sono le forme di violenza con un inquietante ruolo di protagonista nella nostra società.
E penso, ad esempio, alle diverse forme di violenza nel mondo del lavoro.
Nel trattamento che, molto spesso, viene riservato ai dipendenti nei più diversi contesti: nel creare un ambiente di lavoro in cui ciò che spetta al dipendente, in punto di diritti, viene fatto oggetto di una sorta di concessione, sfruttando il bisogno di lavorare, la carenza di alternative …
E così si utilizzano, ad esempio, la mancanza di trasparenza in punto di “intenzioni contrattuali”, l’aggressività verbale nelle più diverse occasioni della giornata lavorativa e l’incoraggiamento di conflittualità tra dipendenti e colleghi in funzione del mantenimento di un controllo sulla persona del dipendente, messo in uno stato di soggezione.
E anche questa è violenza.
Ma potremmo parlare di molto altro.
La nostra è una società della violenza.
E anche quella dei media è violenza: rappresentare le notizie in modo banalizzato e, dunque, spesso falsato, per creare tra l’opinione pubblica fazioni e categorie, è violenza.
Mettere il cittadino nell’impossibilità o nella difficoltà di avere uno sguardo completo e onesto sul reale è violenza.
La strumentalizzazione delle notizie da parte di chi detiene il potere di diffonderle è violenza.
Violenza che crea insicurezza, dunque rabbia e frustrazione.
Violenza che distrugge società e comunità.
Una violenza che è oramai strumento e fine del tutto.
© Avvocato Silvia Cignoli